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Giorno della Memoria – La storia di Marco Pagotto, dai campi di calcio a quelli di sterminio

 

La storia di “Rino”, il terzino del Bologna che giocava a calcio nel lager.

La vita di Mario Pagotto è una storia, dura e affascinante, che si dipana tra le pieghe della storia italiana del Novecento. Un racconto che inizia in un piccolo paese del Friuli-Venezia Giulia, Fontanafredda, dove la realtà contadina si intreccia con la passione e la tenacia di un ragazzo destinato a lasciare un segno indelebile nel calcio italiano.

Fontanafredda, agli inizi del 1900, è ben lontana dall’essere la comunità di quasi 13mila abitanti che conosciamo oggi. Nel 1911, anno della nascita di Mario questo paese conta più chiese che case. Mario, detto Rino, l’ultimo di una famiglia contadina, viene immerso precocemente nella vita dei campi, ma mostra una naturale avversione per l’ambiente scolastico e una costituzione fisica non propriamente robusta. Questi aspetti lo portano ad avvicinarsi al mestiere di calzolaio, ma è evidente che le sue vere inclinazioni si trovano altrove.

Mario scopre presto il proprio talento nello sport. Inizialmente, non è il calcio a catturare la sua attenzione, bensì il pugilato e il ciclismo, sport molto popolari nell’Italia degli anni ’20, grazie a figure come Primo Carnera e Ottavio Bottecchia. Tuttavia, un infortunio durante un incontro di pugilato e una caduta in bicicletta lo allontanano da queste discipline, orientandolo verso il calcio.

La carriera calcistica di Rino inizia con il Pordenone in Prima Divisione, la terza serie dell’epoca. Dopo aver completato il servizio militare con gli Alpini, si unisce alla squadra neroverde a soli 21 anni. La sua abilità come terzino, unita a una disciplina impeccabile, non tarda a emergere, attirando l’attenzione di club più prestigiosi. Questo porta Mario al Bologna, una delle squadre più importanti d’Europa negli anni ’30. Qui, si afferma come un pilastro della difesa, contribuendo significativamente ai successi della squadra, tra cui tre scudetti e il Trofeo Internazionale dell’Expo di Parigi.

La Seconda Guerra Mondiale rappresenta un duro colpo per la carriera di Pagotto. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, il calcio passa inevitabilmente in secondo piano. Mario viene richiamato dagli Alpini nel 1942, e successivamente, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, viene arrestato dai nazisti e trasferito in un campo di prigionia in Polonia.

Da “Rino”, diventa “DA 8659-I”.

Le condizioni sono estreme, perde circa 30 chili, ma non la sua resilienza e il desiderio di sopravvivere.

Durante la prigionia, Mario non abbandona la sua passione per il calcio. Forma una squadra con altri italiani nel campo di Cernauti, noti come “Quelli di Cernauti”.

Con l’avanzata dei russi, il gruppo viene trasferito a Sluzk, dove Rino organizza un torneo tra le diverse squadre del campo. Il risultato è diciotto vittorie consecutive. A rimanere nella storia è in particolare il match contro i militari dell’Armata Rossa, battuti 6 a 2.

Le imprese con il pallone di questo gruppo di italiani va oltre il semplice sport: diventando un simbolo di resistenza e di speranza.

Con la fine della guerra, Pagotto fa ritorno in Italia, passando per Monaco di Baviera, Innsbruck e Brennero, prima di raggiungere Bologna. Tornato al calcio, trova un mondo cambiato e un fisico non più al meglio. Tuttavia, continua a giocare fino al 1948, mantenendo un legame speciale con la città di Bologna fino alla sua morte nell’agosto del 1992, all’età di 81 anni.

La storia di Mario Pagotto è un esempio di come lo sport possa essere molto più di un semplice gioco: può diventare un rifugio, una forma di resistenza e un legame indissolubile con le proprie radici e la propria comunità.

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